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COMMEMORAZIONE DI ENRICO FERMI 39
sulle Alpi Apuane, la sua passione per le escursioni di montagna, che non lo ha mai
abbandonato.
Fermi si laureò in fisica, con pieni voti e lode, nel luglio 1922, discutendo una tesi
sperimentale sulla diffrazione dei raggi X. Poiché nessuna sistemazione poté trovare a
Pisa, tornò a Roma, dove il direttore dell'Istituto Fisico, Corbino, che già lo conosceva e
lo aveva in grandissima stima, gli offerse un posto di assistente e gli procurò dalla Facoltà
"incarico del corso di Istituzioni di Matematica. Anzi, fino da allora, Corbino manifestò
il proposito di assicurare stabilmente all'Università di Roma un insegnante e ricercatore
così straordinario.
Nel biennio 1924-26 Fermi fu chiamato dall'Università di Firenze quale professore
incaricato di Fisica Matematica e di Meccanica Razionale.
Fu in questo periodo, e precisamente nel 1926, che egli pubblicò il primo lavoro di
risonanza mondiale, destinato a influenzare tutto lo sviluppo ulteriore della fisica. Es-
so si intitola "Sulla quantizzazione del gas perfetto monoatomico" e sviluppa un'idea,
apparentemente semplice, ma in realtà assai sottile e riposta, sul modo di impostare
statisticamente i problemi in cui interviene un gran numero di particelle identiche, obbe-
dienti al principio di Pauli. Tale metodo è oggi conosciuto come "Statistica di Fermi' o
che Fermi-Dirac, perché fu ritrovato poco dopo dal Dirac per altra via. Sappiamo ora
che esso si applica agli elettroni, ai protoni, ai neutroni, e ad altri tipi di particelle cui è
stato dato il nome di collettivo di "fermioni' per distinguerle da altre che obbediscono
una legge statistica diversa.
Nel 1927 venne istituita all'Università di Roma una cattedra di Fisica Teorica, e
Fermi, riuscito primo nel relativo concorso, fu chiamato ad occuparla.
Cominciò così, nell'Istituto Fisico di Roma, un lungo periodo di fervida attività, e si
fermò intorno a Fermi un piccolo gruppo di brillanti allievi e collaboratori.
Fermi era un maestro nato, e l'insegnare era per lui una seconda natura. Oltre ai corsi
regolari che teneva dalla cattedra, egli dedicava gran tempo a una forma di insegnamento
tutta sua, strettamente legata al suo lavoro di ricerca. Essa consisteva nel raccogliere
intorno a un tavolo quattro o cinque dei suoi allievi, e risolvere, in loro presenza, un
problema, pensando, per così dire ad alta voce. Spesso tali problemi erano proprio
quelli che gli si erano presentati in quel momento nel corso della ricerca, e nulla era più
istruttivo per i suoi allievi che assistere, ammirati, al procedimento con cui una mente
così singolare si muoveva ai confini fra il noto e l'ignoto. Gli allievi erano pressoché suoi
coetanei, o di poco più giovani di lui, ed una delle più ammirevoli manifestazioni della
singolare personalità di Fermi era l'atmosfera di scherzosa confidenza, e in pari tempo di
altissimo rispetto per il maestro, che si formava spontaneamente nel gruppo.
L'insegnamento, diretto o indiretto, di Fermi, e l'esempio del suo personalissimo stile
di lavoro, hanno, in poco più di dieci anni, portato la scuola di Fisica Italiana ad un
livello che da gran tempo sembrava esserle precluso, ed hanno lasciato in Italia, anche
dopo la sua partenza, una traccia profonda e duratura.
I lavori di Fermi all'Università di Roma furono, nei primi sei anni, prevalentemente
di carattere teorico, e riguardano principalmente alcune applicazioni del suo metodo
statistico alla struttura dell'atomo, l'effetto Raman e altri fenomeni spettroscopici.
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